Il peso dell’inazione
A gennaio l’indice manifatturiero nell’Eurozona è aumentato a 53,9 punti, l’1,7 in più di dicembre, lo 0,9 rispetto alle attese. Per Markit Economics, l’agenzia indipendente con sede a Londra, l’economia reale accelera l’uscita dalla recessione, con l’eccezione vistosa della Francia il cui indice non solo resta sotto i 50 punti ma scende da 47,1 a 47.
22 AGO 20

A gennaio l’indice manifatturiero nell’Eurozona è aumentato a 53,9 punti, l’1,7 in più di dicembre, lo 0,9 rispetto alle attese. Per Markit Economics, l’agenzia indipendente con sede a Londra, l’economia reale accelera l’uscita dalla recessione, con l’eccezione vistosa della Francia il cui indice non solo resta sotto i 50 punti ma scende da 47,1 a 47. La Germania guida questo trend a quota 56,3 ma anche l’Italia fa la sua parte salendo a 53,3 grazie all’export e ai primi ordini sul mercato interno. Eppure restiamo largamente indietro nell’occupazione: per l’International labour organization di Ginevra siamo al 12,2 per cento, il doppio del 2007; nel 2015 toccheremo il 12,7. Le note negative aumentano guardando alla finanza pubblica: secondo le principali istituzioni il pil non crescerà dell’1,1 previsto dal governo, ma della metà. Mentre il peso delle tasse (44 per cento) e del debito restano al top rispetto al prodotto lordo. Ma Enrico Letta vanta incautamente la “discesa” del debito dal 133,2 al 132,9 del pil: meno di otto miliardi.
Così mentre l’economia privata sta rimettendosi in piedi, il governo ansima nelle retrovie europee. E’ il pedaggio delle riforme non fatte, e che dopo l’austerity obbligata di Mario Monti avrebbero dovuto costituire la missione di Letta. Su tutte quella del lavoro; ma anche le tasse non scherzano. L’ultima verità viene da un working paper sulla tassazione dei capitali appena pubblicato dal Fondo monetario internazionale. Il report non liscia il pelo all’opinione pubblica: è per esempio favorevole all’Imu, a condizione che si aggiorni il catasto per ridurre il peso dell’imposta stanando i finti poveri. Osserva però che le tasse sui capitali sono ormai al quarto posto nella Ue, dieci punti sopra la Germania, e caotiche per chi voglia investire: sugli immobili le spese di passaggio di proprietà sono il 25 per cento più alte della media europea, mentre per i beni finanziari l’introduzione unilaterale della Tobin tax complica la vita agli investitori senza fare il solletico agli speculatori. Le promesse erano giuste: un sistema di Dual income tax differenziata tra redditi e capitale, semplificazione affidata alla delega fiscale. Peccato che anche la delega si sia persa nelle nebbie governative e la pressione fiscale resta la terza più elevata d’Europa. Sarà possibile godere del sussulto industriale con queste incrostazioni soffocanti per l’economia?